Rock and roll virus. Burroughs intervista: David Bowie, Patti Smith, Devo, Blondie e Robert Palmer.
29 maggio 2009 by admin
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William Burroughs incontra David Bowie, Patti Smith, i Blondie e i Devo. E la “Parola”, il “virus che viene dallo spazio”, quella stessa “Parola”, costante oggetto di destrutturazione, diventa conversazione costruttiva, che descrive il clima socio-culturale di un’epoca e nello stesso momento contribuisce a crearlo. Questa raccolta di interviste esplora i rapporti che lo scrittore americano ha intessuto nel corso degli anni con la scena musicale, fino a divenire per molti un punto di riferimento e un’icona. Non a caso l’eccesso, le droghe, il viaggio psichedelico, ma anche l’alienazione e lo spazio come unico rifugio per la razza umana sono, da trent’anni a questa parte, temi centrali in certe zone musicali. Completano il volume l’intervista di Robert Palmer, per il settimanale Rolling Stone, che consacrò la fama di Burroughs presso il grande pubblico, e quella del poeta Antonio Veneziani.
Rolling Stones
22 maggio 2009 by admin
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Ho acquistato questo libro oggi, è un po’ datato ma lo si trova ancora ed anche a un buon prezzo. Questa è la storia del più famoso, e sicuramente più longevo, gruppo rock di tutti i tempi. I Rolling Stones hanno infiammato il cuore di intere generazioni con i loro concerti esplosivi e con una produzione discografica sempre all’avanguardia. E in tutto questo, il rock’n'roll è stato il motore che li ha sospinti verso le vette della celebrità e talvolta li ha gettati nell’abisso di autentiche tragedie personali.
Attraverso le parole degli stessi protagonisti, dei loro amici, e con l’ausilio di splendide fotografie scattate dagli anni cinquanta a oggi, il volume ripercorre la carriera e la vita privata di Mick & compagni, da Altamont a Live Aid, dagli scandali e le condanne per droga al matrimonio e ai figli.
Un ritratto a tutto tondo degli unici, inimitabili “Kings of Rock’n'roll.
Russ Meyer: il regista porno che ha ispirato la musica rock
11 maggio 2009 by admin
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Alzi la mano chi conosce il nome dell’unico regista della storia del cinema, capace di ispirare il nome di ben quattro band musicali che, con stili e in tempi diversi, sono riuscite a ritagliarsi un proprio spazio nel mondo della musica.
Nessuno sa rispondere?… Va bene, ci penso io: Russ Meyer.
A questo punto, gli stessi che non avevano alzato la mano pochi secondi fa, staranno già smanettando su Google e Wikipedia, per cercare di saperne di più. Lasciate perdere e continuate a leggere: basta raccontare le gesta e la produzione di questo grande cineasta, per capire chi siano le quattro band.
Quindi cominciamo: Russ Meyer, potrebbe innanzitutto essere definito il Tinto Brass americano, se non fosse che è il mitico Tinto – non ce ne vorrà – ad essere… una specie di Russ Meyer italiano. Pruriti, vizzi privati, sesso, violenza, il campionario che mette in mostra nelle sue pellicole, tra il 1965 e la fine degli anni Settanta, riesce ad essere veritiero ma allo stesso tempo intriso di umorismo, satira, di una spruzzata di grottesco, quando serve. Basta un esempio: ricordate, nel film “Amici miei”, quando Paolo Stoppa va a fare la… cacca e Renzo Montagnani gliela ruba per fargli credere di avere qualche malattia strana? Tra le scene indimenticabili di quella indimenticabile serie di film, quella è l’unica rubata. Rubata da “Beneath the valley of the ultravixen”, copiata quasi papale papale.
Ecco, Russ Meyer – scusate il paragrafo rubato alla critica cinematografica – sa essere surreale nella sua comicità; dipinge la società americana, soprattutto quella dei piccoli centri, sgignazzando dietro la cinepresa, prendendo allegramente per il culo gli stereotipi che la compongono.
Proprio la sua prima fatica, racconta di un dramma rurale. E si chiama “MUDHONEY” come la band grunge di Seattle, che tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta seppe crearsi, tra Perl Jam, Soundgarden e Nirvana, una propria e ben distinta fetta di pubblico.
Nello stesso anno, altra pellicola e altro gruppo di giovani musicisti da ispirare: esce nelle sale “MOTORPSYCHO”, film che racconta di bande giovanili e di motociclette. Un quarto di secolo dopo, un gruppo di giovani creativi norvegesi adotta il titolo e diventa, nel giro di pochi anni, una delle band più complete, trascinanti e – purtroppo – meno conosciute della storia del rock.
Passano neanche dodici mesi, è il cineasta morto nel 2004 ne combina un’altra: prende le motociclette che fanno tanto James Dean e Marlon Brando e ci mette sopra tre belle, crudeli e spregiudicate ragazze. Ecco “FASTER, PUSSYCAT! KILL! KILL!”, che negli anni Ottanta verrà ripreso e cambiato in “Faster Pussycat” dai cinque componenti di una band glam rock piuttosto nota ai tempi.
Passano un paio d’anni, arriva il 1968 con tutti i suoi colori e i suoi suoni. E Meyer inaugura come meglio non potrebbe la sua stagione Pop: mischia i cartoni animati con il porno, i machi americani con uno stuolo di belle donne procaci ed ecco che “VIXEN” si presenta al mondo. Un film costato poche migliaia di “verdoni”, che riesce a incassare 26 milioni di dollari al botteghino e che, più o meno vent’anni dopo, ispira un gruppo di ragazze – guarda caso molto formose – con l’hard rock nel sangue.
Quattro film, quattro gruppi musicali. Ma dietro a questa piccola grande storia di musica e cinema, c’è molto di più. Ci sono appunto musica e cinema, le sonorità dei gruppi di cui vi ho parlato e le immagini del regista che li ha ispirati. E per questo che mi fermo qua: approfondite da soli adesso. Cercate, gente, cercate…
Roberto Scucca



